Dalla Nigeria: dialogo nella verità con i musulmani

La voce del neo-cardinale John Onaiyekan, vescovo in Nigeria, sui rapporti con i musulmani e gli attentati terroristici (intervista di Alessandro Speciale, da "Vatican Insider").

 

 

Quasi 37 anni fa, il 7 dicembre 1965, il giovane seminarista John Onaiyekan era in mezzo a migliaia di altre persone per seguire la cerimonia di chiusura del Concilio Vaticano II celebrata da Paolo VI: “Ho fatto i miei studi di teologia negli anni del dopo-Concilio. E ho continuato la mia formazione in quel clima. Come molti miei coetanei, non conosco altra chiesa che quella post-conciliare”.

 

Sabato, Onaiyekan, oggi arcivescovo di Abuja, la capitale amministrativa della Nigeria, sarà in quella stessa piazza per ricevere da Benedetto XVI la berretta cardinalizia, in un concistoro tutto extra-europeo che sintetizza bene le trasformazioni della Chiesa negli ultimi 40 anni. “Al Concilio – ha raccontato in un incontro con i giornalisti – c'erano pochi, pochissimi vescovi africani. La maggioranza di coloro che hanno preso la parola come vescovi dell'Africa erano missionari. Oggi, quasi tutti noi vescovi africani siamo eredi di quel Concilio”.

 

Onaiyekan, 69 anni a gennaio, ha da poco ricevuto il premio internazionale per la pace di Pax Christi, per il suo impegno nel costruire il dialogo nella sua Nigeria malgrado la serie di sanguinosi attentati che da anni cerca di seminare l'odio tra cristiani e musulmani.

 

Il dialogo è qualcosa che il presule nigeriano si è trovato a portare avanti sin dall'inizio della sua carriera: “A gennaio festeggerò 30 anni di episcopato. La mia prima diocesi (Ilorin, nello stato di Kwara, ndr) era prevalentemente musulmana. Lì è iniziato il mio desiderio di capire il fenomeno islam”. Nel 1987, quattro anni dopo il suo arrivo a Ilorin, pubblicherà un saggio sulla “Sharia in Nigeria – un punto di vista cristiano”.

 

Ma di fronte agli scenari allarmanti dipinti in Occidente dei rapporti tra cristiani e musulmani in Nigeria, Onaiyekan cerca di offrire un'analisi più articolata, che non dimentichi le complessità e quel molto di positivo che la Nigeria ha da raccontare. “In Nigeria, siamo abituati a vivere insieme, e riusciamo a farlo abbastanza bene – spiega l'arcivescovo – siamo fianco a fianco al mercato, a scuola, all'università, nell'esercito. Nessuno sa di che religione sei, non si vede dalla faccia”.

 

Questo non significa, però, nascondere i problemi: “È vero che c'è un attacco di un gruppo che si dice islamico contro i cristiani. E questo si vede chiaramente quando portano le bombe nelle chiese”. Negli ultimi mesi gli attentati e le violenze di Boko Haram, un movimento dai contorni e dalle origini ancora nebulosi, si sono moltiplicati ma, l'arcivescovo sottolinea, a essere colpiti sono tanto i cristiani quanto i musulmani. Anzi, secondo alcuni conteggi - “in Nigeria non siamo bravi con le statistiche”, mette le mani avanti Onaiyekan – le vittime musulmane sono il doppio di quelle cristiane”.

 

Boko Haram è un gruppo piccolo – “forse neanche mille persone su 170 milioni di nigeriani” - ma, spiega Onaiyekan, “basta una bomba qua oggi, una sparatoria in un piccolo villaggio dopodomani per creare senso di insicurezza dappertutto”. Il governo ha provato a rispondere con posti di blocco e raid, ma il seme del terrore è stato piantato: “Adesso anche se io giro senza paura, so che c'è tanta gente che ha paura”.

 

Per l'arcivescovo, nell'affrontare la minaccia di Boko Haram, è importante mantenere un atteggiamento equilibrato. Da una parte, bisogna rifiutare la tesi di chi vuole dialogare con loro “perché hanno le loro ragioni” nel criticare il governo, la povertà e la cattiva amministrazione del Paese: “Se tutti quelli che sentono di aver subito un torto agiscono come Boko Haram, cosa resterà del Paese?”. Non a caso, osserva l'arcivescovo, la “tragedia di molte guerre” nasce proprio da persone che “dicono di cercare la giustizia e volere la pace”. Dall'altra, però, Onaiyekan non è d'accordo con chi li bolla come “assassini” e chiede di affrontarli solo con la forza: “Non si vince questa gente solo con i fucili”. E sicuramente non spetta alla Chiesa o ai cristiani organizzare le sue milizie, aggiunge.

 

“Dobbiamo trovare modo di rispettare complessità della situazione – chiede l'arcivescovo –. Dire chiaramente che nessuna rivendicazione può giustificare l'assassinio di gente innocente, ancora di più quando sta pregando”. Un assassino, però, “può essere perdonato, a certe condizioni”, ricorda Onaiyekan: “Prima, però, devono ammettere che sono assassini, perché dialogo senza verità non porta pace”.

 

Il compito di trovare una soluzione è prima di tutto del governo, che deve assicurare la sicurezza dei suoi cittadini e spesso ha mostrato una “preoccupante” impotenza di fronte alla crescita delle milizie islamiche.  Ma è anche la comunità musulmana della Nigeria a doversi assumere responsabilità del problema e “mettere in ordine a casa propria”. Fino ad oggi, nota l'arcivescovo, “la tendenza dei capi musulmani è stata di dire 'Sono assassini, non sono musulmani'”.

 

Non sarà facile, ammette l'arcivescovo, “ma in un Paese come la Nigeria, in cui la popolazione è divisa metà cristiani e metà musulmani, sarà più facile isolare e eliminare questo gruppo”.